GELINDO BORDIN

Ho parlato con un MITO del podismo.

Pensavo fosse un extraterrestre, invece ho scoperto un uomo davvero straordinario.
Solo per le duerocche GELINDO BORDIN!


a cura di Giampaolo Allocco
Come ha cominciato a correre e perché proprio la corsa?
Ho cominciato a correre per caso, come tanti, da ragazzino. Prima giocavo a calcio, facevo il portiere, poi per caso ho partecipato ad una corsa a scuola durante la quale ho avuto la fortuna di essere notato da Giacomo Dalla Pia, che mi ha mi ha consigliato di dedicarmi a questo sport.
Avrebbe mai pensato di essere così “predisposto alla corsa” e quando si è reso conto di “avere qualcosa da dire”?
Fino al 1985 facevo l'atleta dopo il lavoro, il passaggio per me fondamentale, che mi ha fatto rendere conto che avrei potuto fare l'atleta a tempo pieno, è stato il piazzamento nella Coppa del Mondo di Hiroshima, dove ho corso la maratona in 2h 11' 29'' e mi sono piazzato al 12° posto.
Il tempo realizzato e il piazzamento mi hanno convinto a provarci e così ho lasciato il lavoro e mi sono dedicato all'atletica a tempo pieno. Un anno dopo, nel 1986, ho vinto la medaglia d'oro ai Campionati europei di atletica leggera ma comunque la decisione l'avevo già presa l'anno precedente.
E' stata una scelta ponderata, fatta con consapevolezza oppure ha deciso di sperimentarsi nel mondo del professionismo come se stesse facendo un salto nel buio?
E' stata la grande passione a spingermi, questo è ovvio, ma comunque avevo prima analizzato i risultati raggiunti nelle gare che mi avevano fatto pensare che avrei potuto farcela. In quel momento comunque non avrei mai pensato che sarei arrivato a vincere a Seul nel 1988, anche se il mio allenatore già ci credeva.
Sappiamo che è tornato alle gare da qualche anno. Volevamo chiederle la diversità delle sensazioni che prova ora come “amatore” rispetto a quando era un atleta professionista.Sente più forte la passione ora, che è lontano dalla ricerca della performance agonistica, o allora?
Essendo stato un atleta professionista non mi posso paragonare alle persone comuni perché il mio stimolo è diverso. Io non ho lo stimolo della crescita, del miglioramento, della performance, come possono averlo gli altri, io ora corro per la semplice passione di correre e basta. Avendo fatto in passato vita da atleta io adesso non metto più nella mia vita tanto sacrificio; non voglio far entrare lo stress nei miei allenamenti di oggi. La passione c'era in passato e c'è ancora oggi ma oggi si è trasformata in divertimento, corro per sentirmi bene con il mio corpo, per passare del tempo piacevole con me stesso e con gli amici.
Durante la corsa organizzata da Diadora (2 ottobre 2008), in onore del ventennale dalla vittoria olimpica a Seul nelle retrovie facevamo fatica a starle dietro! Posso chiederle che tempo di corsa ha adesso?
Corro a 5’- 5’,30/km per 50 minuti. Quando ero atleta viaggiavo costantemente a 3’/Km. Ora mi sto preparando per correre la maratona di Boston. Ho un anno di tempo e voglio prepararmi bene, con calma, senza ambizioni, correrò con chi si troverà al mio livello. Correrò per ricordare la vittoria quella maratona che vinsi nel ‘88 con un tempo di 2:09:40.
Sicuramente in qualche gara le sarà successo di sentire che non ce la faceva a reggere il ritmo, vuoi per la giornata sbagliata, vuoi per qualche acciacco ancora non ben risolto. Volevamo sapere quale pensiero, o "rituale" faceva per superare il momento di difficoltà e concludere quindi la gara. Potrebbe essere un buon suggerimento per un Duerocche runner alle prese con le salite della 21 km!
Considerata l'esperienza di Torino 2008, posso fare queste considerazioni riguardo alla differenza che c'è tra la preparazione di un atleta professionista e un amatore. L'atleta professionista ha una grande preparazione atletica, mentre per quanto un amatore si possa preparare non sarà mai preparato come un professionista. Per questo motivo i livelli di fatica sono molto diversi. L'atleta riesce a sopportare un livello di fatica alto per molti km, riuscendo comunque, al 30°/35° km, a fare lo scatto necessario a raggiungere il traguardo cercando la vittoria. Il controllo del proprio battito cardiaco e del proprio corpo in generale, consente di “lavorare” (correre) senza pensare allo sforzo. L'amatore, invece, sopportando un livello di fatica inferiore, non può partire con uno sforzo eccessivo già ad inizio gara altrimenti non sarà in grado di reggere lo sforzo finale, deve quindi poter correre per 30 km senza sentire troppa fatica, altrimenti poi è difficile riuscire ad arrivare alla fine. Quindi, questo è il primo sostanziale consiglio che mi sento di dare. Poi consiglio di non chiacchierare, che può sembrare banale ma (vista l’esperienza della Maratona di Torino corsa assieme ad alcuni amici), invece è una cosa molto importante per contenere lo sforzo e mantenere la concentrazione.
Ricordo di aver visto una sua intervista in cui dichiarava che durante la prima fase della corsa lei entra in una sorta di ipnosi, che le permette di isolarsi da tutto e concentrarsi meglio. Ci può raccontare questa sua caratteristica?
Si è vero. La mia fortuna è quella di riuscire a capire fin da subito il livello della mia prestazione in gara e pertanto, quando corro, mi mantengo nel limite di quella possibilità per conservare le energie per la volata finale. E' una cosa molto difficile perché richiede un alto livello di conoscenza del proprio corpo, che per un amatore è difficile raggiungere. Io riuscivo ad essere rilassato ed a concentrarmi a spendere meno energia possibile, non mi facevo stressare dalla vicinanza dell'avversario. Poi alla fine sì, mi guardavo intorno e capivo che tipo di strategia finale attuare. Ho imparato a raggiungere un livello di stand-by in cui ascoltavo le sensazioni del corpo e basta, non guardavo dove ero e chi avevo prima e dopo di me. Questo è il segreto del mio modo correre: una capacità assoluta di ascoltare muscoli e battito cardiaco come se fossero gli strumenti di controllo del mio viaggio. Forse questo è stata davvero la mai fortuna, ma preferisco chiamarlo “il mio lavoro professionista” che mi ha consentito di diventare il più forte al mondo in quegli anni.
Vorrei chiedere a lei, che è stato il primo italiano a vincere la maratona olimpica, una considerazione sul fatto che nel panorama dell'atletica di questi anni si noti una certa predominanza in cima alle classifiche di atleti africani. Lei ritiene che ciò sia dovuto ad una carenza strutturale degli atleti occidentali o ad una sorta di subordinanza psicologica?
Mi sento di dire che non c'è nessuna differenza reale tra atleti occidentali ed atleti africani ma ciò che ci divide da loro è soltanto “lo spirito”, quello che tante volte è stato chiamato “fame”. In quelle zone tanti ragazzini si avvicinano alla corsa nella speranza di essere tra quelli che riescono a guadagnare con lo sport e sono proprio le condizioni di vita difficili in cui si trovano a spingerli ad investire nel mondo dell'atletica; agli occidentali invece manca il modo di saper stimolare i giovani a correre, motivo per cui manca un cambio generazionale. Le differenze fisiche esistono: loro sono più elastici, più leggeri, ma noi siamo più forti organicamente, perciò il problema è solo che noi “ci nascondiamo” le nostre possibilità. I limiti dell'uomo non si conoscono, ma mentre l'uomo occidentale è frenato da una serie si sovrastrutture psicologiche legate ai risultati raggiunti dagli altri e alla convinzione che certi limiti non si possano superare, gli africani, invece, sono mentalmente più liberi: loro ci provano! E portano così il limite sempre più in avanti. I nostri atleti non devono fermarsi a quello che sono riusciti a fare ma dovrebbero spingersi oltre quello che potrebbero fare.
Quando si pensa ad un grande campione come lei ci si immagina un uomo dotato di super poteri, ma nel libro “La Maratona” lei racconta con estrema naturalezza tutte le difficoltà che ha incontrato lungo il suo cammino verso l'oro olimpico. Cosa si sente di consigliare a chi ha il sogno di ripercorrere il suo cammino? Come si superano i momenti di difficoltà? E' la forza d'animo che spinge ad andare avanti o l'avere in mente un obiettivo agonistico?
Bisogna pensare che tutto è possibile. Ad esempio, durante il mio periodo di interruzione dalle gare, io fumavo, ho avuto un incidente e sono stato investito da un auto, ho avuto la polmonite e ciononostante sono riuscito a superare queste difficoltà e andare avanti. Ciò che aiuta, in queste circostanze, è la coscienza dei propri mezzi, che è una dote naturale. L'infortunio può sempre capitare, soprattutto se si pratica lo sport con una certa frequenza e per molto tempo, ma non bisogna farsi abbattere ed impegnarsi a superare il momento difficile e migliorarsi.
Lei è un grande campione, è rimasto nella memoria collettiva di tutti gli appassionati e non l'oro vinto e il suo bacio all'arrivo della maratona nelle Olimpiadi di Seul del 1988. Ci vuole ricordare quali pensieri e che emozioni ha provato quando si è reso conto che in quei minuti stava diventando un campione olimpico?
Quando mi sono trovato solo nel tratto finale, ho attraversato i tunnel e mi sono girato dietro per verificare se avevo distanziato i due atleti africani che avevo superato, mi sono reso conto che stavo vincendo l'oro olimpico. Ecco, per me è stato quello il momento più bello. Quando si passa il traguardo poi non si hanno più momenti per stare soli con se stessi perché ci sono le fotografie, le interviste, le televisioni...E' stata una fortuna non avere gli avversari contro cui lottare fino alla fine, perché essere solo a percorrere l'ultimo giro dello stadio ti permette di godere appieno della gioia del momento, della vittoria.
Lei non sa che quando ha vinto quella medaglia io ero piccolo, e seguivo la gara dalla televisione. Ricordo il tunnel, ricordo il suo giro con la standing ovation, e ricordo di essermi emozionato così tanto al punto di cominciare a piangere. In quel momento ero fiero di essere italiano, ed ero orgoglioso di vedere nella sua sofferenza di atleta la capacità di salire sul tetto del mondo! Mi scusi se mi lascio andare ma è dall’inizio della nostra chiacchierata che volevo esprimerle questo sentimento.
La maratona è una gara emozionante per chi corre ma anche per il pubblico che la segue perché la lunga durata della gara ti lascia con il fiato sospeso fino alla fine; l'attesa è lunga e questa attesa carica di emozione gli ultimi istanti di gara fino ad esplodere alla fine.
I nostri lettori si staranno ora chiedendo se anche un grande campione come lei conosce la Duerocche?
Si, certo. Ne ho sentito parlare spesso perché è una gara di grande tradizione qui nel Veneto ed è molto amata. Anche se non è una corsa di 42 km è comunque una gara piuttosto impegnativa, che appassiona molti podisti per la possibilità di correre immersi nella natura e immagino che debba essere davvero molto suggestiva. Ad oggi io non ho avuto ancora l’occasione di parteciparvi…
Noi e tutti i nostri runners saremmo onorati di averla tra i nostri partecipanti, alla prossima edizione la aspettiamo!
Si certo, perché no?!
E nel frattempo, ce l’ha una dritta da regalarci per prepararci bene alla Duerocche?
Beh, dicevamo che la Duerocche è una gara impegnativa per via dei dislivelli che si incontrano, soprattutto nei 21Km, pertanto io consiglio di prepararla come se ci si preparasse ad una 30 km. Bisogna lavorare sulla resistenza, specialmente con una preparazione collinare. E' importante allenarsi alla salita ma ancor più a saper correre bene in discesa. La discesa, se affrontata nel modo giusto, può rappresentare un'opportunità di recupero delle forze e di risparmio di energia, se non la si affronta nel modo corretto, invece, obbliga ad un dispendio di energie che potrebbero essere risparmiate.
E per finire volevamo chiederle tre buoni motivi per far entrare il podismo nella propria vita...
Innanzitutto lo sport fa bene, poi la corsa è uno sport che richiede una spesa molto limitata, può essere praticata ovunque, anche in compagnia di amici e con un investimento di tempo relativamente contenuto. Inoltre, ciò che fa amare la corsa è che ti permette di vedere i risultati in breve tempo e questo dà molta soddisfazione e ti sprona ad andare avanti. Infine, correre ti fa stare bene sia a livello fisico, perché ti mantiene in forma, che a livello mentale perché stimola testosterone ed endorfine che danno al corpo ed alla mente una sensazione di benessere. La corsa quindi è sicuramente qualcosa di cui ci si innamora, è passione.
Ovviamente con le scarpe Diadora?
Certamente!!! Le scarpe Diadora sono l’ideale per correre perché abbiamo brevettato un sistema che permette di andare più veloci…ma …occhio!!! Il brevetto per i freni lo stiamo ancora completando, rischiate di non riuscire a fermarvi agli stop!
A nome del Comitato e del “popolo” della DUEROCCHE la ringrazio per la sua disponibilità. Le manderemo la T-Shirt Ufficiale “DUEROCCHE RUNNER 2009” personalizzata appositamente per Lei, così un giorno saremo felici di averla alla nostra corsa.

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